OOCCA mette in discussione l’idea tradizionale di proprietà nel design. Cosa ti ha portato a rimettere in discussione questo modello?
Lavoro nel design d’interni da circa 40 anni. Prima di arrivare a Milano, negli ultimi quattro anni ho avuto uno studio a Washington D.C., dove ho seguito molti progetti residenziali, ristrutturazioni e anche interventi in contesti di lusso molto alto.
Quello che ho osservato è la quantità di spreco generata dalle ristrutturazioni. E oggi, guardando quello che succede nel mondo, è evidente che i materiali sono risorse, e alcune sono finite.
Così sono arrivata a Milano e ho frequentato un master al Politecnico di Milano in Strategic Design, dove ho sviluppato la mia tesi sui modelli di business circolari nel settore dell’arredo. Da lì è nata OOCCA, con l’idea di estendere il più possibile il ciclo di vita dei mobili.
Ho scelto il settore hospitality perché è quello che fa ristrutturazioni cicliche durante tutta la vita di un hotel.
Molti brand lavorano sui materiali sostenibili, ma tu ti concentri sul sistema. Dove pensi sia il vero problema?
Credo che il punto centrale sia guardare alla supply chain, che è un sistema.
In questa lezione abbiamo proprio lavorato su questo: quando ti concentri solo su un aspetto, perdi di vista tutto il resto, che invece è interconnesso.
Dentro la supply chain c’è il design, che è l’inizio di tutto. È lì che si prendono decisioni che influenzano tutto il resto: materiali, produzione, utilizzo, riparazione, riciclo e fine vita.
Se riesci a tenere insieme tutti questi passaggi cercando di chiudere il cerchio, allora stai davvero lavorando in modo circolare e sostenibile.
L’overproduction nel design è un problema creativo o un errore strutturale del sistema?
L’overproduction è una scelta economica, e spesso una scelta sbagliata.
Si pensa che produrre di più significhi guadagnare di più, ma si dimentica tutto il valore che c’è nel riuso, nel refurbishing e nella rigenerazione.
E si dimentica anche una cosa semplice: le risorse non sono infinite.
A volte penso ai gioielli, piccoli oggetti in oro che dopo uno o due anni non vengono più usati e finiscono dimenticati. Io stessa ho un cassetto pieno di cose così. E mi chiedo sempre quanti cassetti simili esistano nel mondo.
Questo è proprio un problema di mancanza di pensiero sistemico.
L’innovazione può risolvere questo problema?
È qui che l’innovazione diventa fondamentale.
Immagina un’app che raccoglie metalli inutilizzati, o un impianto che crea leghe fondendo piccoli pezzi di gioielli dimenticati.
Sarebbe un modello che genera valore economico e allo stesso tempo riduce l’impatto ambientale.
Prima o poi saremo costretti ad andare in questa direzione.
OOCCA lavora con un modello in abbonamento. I modelli di business sono la chiave del cambiamento sostenibile?
Sì, ma dipende. I nostri clienti sono soprattutto nel luxury hospitality, e lì la sostenibilità ambientale non è sempre percepita come parte del lusso.
Per esempio, materiali riciclati come la plastica non vengono automaticamente associati a un arredo di lusso. Per questo lavoriamo molto con materiali naturali e di alta qualità, come il legno massello.
Il modello del noleggio, poi, è ancora visto da molti come qualcosa di poco “luxury”, ma stiamo cercando di cambiare questa percezione.
In realtà, quando non possiedi ma utilizzi in modo condiviso, estendi davvero il ciclo di vita del prodotto. E in più offriamo manutenzione, sostituzioni immediate, rivestimenti nuovi e rotazione degli elementi, così gli hotel non devono mai fermarsi.
Moda e interior design condividono il problema dell’overproduction. Cosa può imparare la moda da modelli circolari come OOCCA?
Tutto parte dal pensiero sistemico. Abbiamo sviluppato 12 criteri di sostenibilità per selezionare i fornitori: non devono rispettarli tutti, ma diversi di questi.
Tra questi ci sono materiali bio-based come il legno, materiali riciclati come l’alluminio, e soprattutto il design senza tempo, che non segue le mode passeggere.
Questo aiuta a capire che la sostenibilità non è un singolo elemento, ma un sistema.E poi c’è il livello del modello di business, come l’abbonamento, che aggiunge un ulteriore strato di circolarità.
In teoria potrebbe funzionare anche nella moda: un guardaroba che si restituisce e si rinnova ogni anno, riutilizzando e riconfigurando capi e materiali.
Il settore sta davvero cambiando o sta solo adattando il linguaggio della sostenibilità?
Ci sono aziende che stanno facendo un lavoro serio. Per esempio Poltrona Frau sta lavorando al digital product passport, un sistema europeo di trasparenza, e sta già implementando sistemi di manutenzione per l’hospitality.
Hanno anche sistemi modulari che permettono di sostituire singole parti dei mobili. Un altro esempio è WeWood in Portogallo, che lavora con legno massello e ha un forte impatto sociale, formando artigiani e mantenendo vive le competenze tradizionali.
E poi Stella McCartney, che sta sperimentando sistemi circolari anche nel retail con strutture in materiali riciclati.
Quindi sì, ci sono realtà che stanno facendo cambiamenti concreti.
Che consiglio daresti ai giovani creativi che vogliono ripensare non solo il prodotto ma il sistema?
Prima di tutto bisogna capire cos’è un sistema. Un sistema è fatto di supply chain, attori diversi, processi lineari o circolari.
Poi il ruolo del designer è intervenire dentro questo sistema e creare valore. Per esempio usando materiali già esistenti, stock inutilizzati o deadstock.
Anche nella moda succedono cose interessanti: a Parigi, un ragazzo di 10 anni ha fatto una sfilata intera usando materiali di recupero. Il punto è che il sistema non riguarda solo i materiali. Le opportunità sono molte di più.